Cambiamenti d’umore in Europa

Mentre a Parigi i grandi d’Occidente e il presidente russo, Vladimir Putin, pur divisi da conclamate tensioni, celebravano la fine della prima guerra mondiale, domenica 11 novembre a Varsavia, prospera capitale della sesta economia dell’Unione europea, si commemorava il centesimo anniversario dall’indipendenza della Polonia da Austria-Ungheria, Prussia e Russia.
Di fatto però la festa si è trasformata in una giornata di forte tensione e strane anomalie. Lungo le strade di Varsavia, infatti, le più alte cariche dello Stato hanno sfilato a pochi metri di distanza da centinaia di bandiere di tre movimenti della destra radicale e neofascista, che dal 2010 marciano nel pieno centro di Varsavia in occasione dell’11 novembre.
Nata come forma di protesta e prova di forza da parte di poche migliaia di nazionalisti, organizzata da Movimento Nazionale (Rn), Campo Radicale Nazionale (Onr) e Gioventù di tutta la Polonia (Mw), dal 2015 in poi alla Marsz Niepodległości (Marcia dell’Indipendenza) la partecipazione è cresciuta e si è allargata fino a raggiungere, quest’anno, circa 200mila persone. Tra chi ha sfilato domenica scorsa, con bandiere di movimenti della destra radicale e croci uncinate, c’erano famiglie, giovani coppie, suore e persino operai dei cantieri navali di Danzica, oltre a esponenti di movimenti dell’estrema destra europea. Folta e visibile le rappresentanza italiana di Forza Nuova, dell’ungherese Jobbik e del Partito Popolare Nostra Slovacchia. Presenti anche movimenti neofascisti spagnoli, francesi e svedesi. La Curia polacca, invece, per la prima volta, si è rifiutata di aprire i tradizionali festeggiamenti con la rituale messa per la Patria davanti alla sede del Parlamento. Un diniego che però non ha scoraggiato la componente ultra cattolica dei manifestanti che, tra striscioni anti-abortisti, ha celebrato una preghiera conclusiva dal palco accanto allo stadio nazionale.
Invano la sindaca uscente di Varsavia, l’ex presidente della Banca centrale, Hanna Gronkiewicz-Waltz, aveva vietato la Marsz Niepodległości per motivi di ordine pubblico. Immediato è stato il ricorso degli organizzatori al tribunale distrettuale che, nel giro di 24 ore, ha ribaltato la decisione del primo cittadino autorizzando il corteo. Nel frattempo, però, era già intervenuto il governo, annunciando una manifestazione ufficiale “aperta a tutti i polacchi”, per sostituire quella bandita dal sindaco e con la presenza del presidente Duda e del premier Morawiecki.

Domenica 11 novembre, così, come in un’apparente stato confusionale, a Varsavia si è dapprima svolta la consueta commemorazione ufficiale in piazza Piłsudski, alla presenza anche del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. Poco dopo, nel primo pomeriggio, lungo la centrale via Jerozolimskie, hanno invece sfilato due cortei, separati soltanto dalle barriere della linea tramviaria. Da un lato, vi erano circa 5mila persone che partecipavano alla manifestazione governativa, dall’altro 200mila uomini e donne con croci uncinate in bella vista. Una scena paradossale nella foschia di un pomeriggio varsaviano resa ancora più fitta dal fumo prodotto da centinaia di bengala da stadio, illegali ma tollerati. Mezzo milione i partecipanti ipotizzati dal parlamentare ed ex fondatore del Movimento Nazionale (Rn), Robert Winnicki, che ha definito la manifestazione come “la più grande in Polonia dal 1989”.
Il presidente Duda, parlando da un veicolo militare, ha sottolineato come “sotto la bandiera polacca c’è spazio per tutti”. Forse a causa dei bengala non si è accorto delle tante bandiere dell’Unione europea bruciate e distrutte, forse per sempre, tra gli striscioni che recitavano “Morte ai nemici della madrepatria”e “Via dall’Europa”. [qui le immagini] “Questa marcia si è svolta nonostante l’opposizione della sinistra, dei liberali e persino dei tentativi del centrodestra di appropriarsene”, ha dichiarato a fine manifestazione il leader del Campo Radicale Nazionale, Tomasz Dorosz. Mentre Robert Bąkiewicz, presidente del comitato organizzatore, ha paragonato l’evento a una “gigantesca messa papale”, sostenendo che“l’Europa ha bisogno di una Polonia cattolica e forte”.
Anche a Varsavia dunque s’intravede la rottura degli immobili e anchilosati equilibri europei, in bilico tra forze conservatrici e social democratiche, ambedue usurate dall’inesorabile burocrazia e dall’austerity strangolante. Il gruppo di Viségrad (di cui la Polonia fa parte insieme a Cechia, Slovacchia e Ungheria) è d’altronde forte di ampi consensi anche per il suo no ai migranti e per la sua solidissima crescita economica. A Viségrad guardano anche Bulgaria e Austria: insieme agli Stati Uniti, tutti questi Paesi si dichiarano oggi pronti a non firmare il ‘Global Compact for Migration’, patto proposto dall’Onu per gestire i flussi migratori.
Ma Bruxelles, impegnata a studiare l’avvio delle procedure d’infrazione sullo stato di diritto di Ungheria e Polonia, sornionamente non si accorge che, dopo la crisi greca e dopo la Brexit, cambiamenti d’umore soffiano sui popoli. Basterebbe alzare lo sguardo oltre le poltrone per osservare l’arrivo, da più parti, di forti turbolenze politiche che sembrano delineare una prossima sostanziale modificazione di tutti i rapporti politici del Parlamento europeo, sebbene in forme imprevedibili. All’orizzonte molte sono le cose che debbono ancora accadere, e probabilmente l’Italia non ne sarà esentata.

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