“La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E l’interruttore è il vero potere”
Tra il giugno 2024 e il marzo 2026, tre uomini hanno visitato l’Italia. Non erano capi di Stato, non rappresentavano governi eletti, non avevano ricevuto alcun mandato popolare. Eppure, ciascuno di loro ha portato a Palazzo Chigi proposte capaci di ridisegnare i confini della sovranità italiana più di qualsiasi trattato internazionale. Larry Fink, l’uomo che amministra la più grande massa di capitali mai concentrata in mani private nella storia, fondatore e presidente di BlackRock, co-presidente del Forum di Davos, l’uomo le cui lettere annuali ai governi del mondo hanno ormai il peso di encicliche laiche sulla direzione del capitalismo globale. Elon Musk, fondatore di SpaceX, proprietario di X e padrone di Starlink, l’uomo più ricco del pianeta, il cui potere reale non sta nel patrimonio ma nel controllo fisico delle reti su cui governi ed eserciti fanno transitare le proprie comunicazioni. Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e di Palantir Technologies, presidente di Palantir, fondatore del fondo Founders Fund, primo investitore esterno di Facebook, finanziatore del vicepresidente Vance: l’architetto intellettuale del dominio tecnologico sulla politica e padre della più controversa azienda di sorveglianza digitale del mondo. Tre visite con differenti livelli di penetrazione e un unico risultato: un Paese del G7 che ha ceduto i propri interruttori strategici a soggetti privati stranieri, in tempo di guerra, senza che il Parlamento ne discutesse e senza che l’opinione pubblica ne fosse consapevole.
Questa inchiesta ricostruisce i fatti, li mette in correlazione con il precedente dell’accordo di cybersicurezza con Israele, con il ruolo storico della dinastia Rothschild come matrice del sistema finanziario globale, con le purghe militari di Xi Jinping come risposta cinese allo stesso fenomeno, e con la ristrutturazione del commercio mondiale voluta da Trump e dall’intreccio di potere finanziario, tecnologico e militare di cui la sua presidenza è espressione. La domanda finale è semplice: l’Italia può ancora definirsi un Paese sovrano?
Le tre visite in Italia: cronologia di una penetrazione sistemica. Larry Fink e BlackRock: il capitale che compra lo Stato
Il primo contatto ad alto livello tra Larry Fink e il governo Meloni avviene al G7 di Borgo Egnazia, in Puglia, nel giugno 2024. Fink è tra gli invitati selezionati dalla premier, insieme a Satya Nadella di Microsoft e ai vertici di ENI ed ENEL [1]. Non è un incontro di cortesia. Meloni intende posizionare l’Italia come meta privilegiata per i capitali americani, e Fink è l’uomo che amministra la più grande massa di denaro privato mai esistita nella storia. Tre mesi dopo, il 30 settembre 2024, Fink viene ricevuto a Palazzo Chigi. All’incontro, durato circa quaranta minuti, partecipano il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il capo di gabinetto Gaetano Caputi e l’amministratore delegato di Poste Italiane Matteo Del Fante [2]. La presenza di Del Fante non è casuale: Poste Italiane è una delle società pubbliche che il governo intende privatizzare. I colloqui vertono su centri dati, infrastrutture energetiche e trasporti [3]. Secondo Bloomberg, BlackRock stava valutando l’acquisto di centrali termoelettriche dismesse di ENEL per convertirle in centri dati dedicati all’intelligenza artificiale [4]. A Palazzo Chigi viene concordato un ristretto gruppo di lavoro, coordinato dalla Presidenza del Consiglio, per l’attuazione dei progetti di collaborazione, incluso un coinvolgimento di BlackRock nei progetti di ricostruzione in Ucraina di competenza italiana. Meloni ha prospettato a Fink opportunità di investimento anche in Autostrade (oggi al 51% di CDP) e Ferrovie dello Stato, entrambe a controllo pubblico [5].
Per comprendere il peso specifico di BlackRock in Italia bisogna guardare i numeri. Il fondo detiene il 7% di UniCredit, il 5% di Intesa Sanpaolo, oltre il 5% di Banco BPM, il 5% di ENEL, e quote significative in Mediobanca, Ferrari, Prysmian, Moncler, Stellantis, ENI e nelle principali multiutility. Il totale supera i 17 miliardi di euro, facendo di BlackRock il principale investitore estero alla Borsa di Milano [6].
Nel settembre 2024, il governo Meloni ha autorizzato BlackRock a superare la soglia del 3% in Leonardo, il principale gruppo italiano della difesa e dell’aerospazio, di cui il Tesoro detiene il 30,2%. Il governo Meloni ha autorizzato l’operazione esercitando il proprio potere speciale sulle aziende strategiche, il cosiddetto golden power, ponendo però condizioni che non sono state rese note né al Parlamento né all’opinione pubblica. Il decreto della Presidenza del Consiglio porta la data del 18 settembre [7]. L’amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, ha commentato: «Sono felice per l’interesse di BlackRock. È un riconoscimento importante» [8]. BlackRock è così diventato l’unico azionista privato con una quota superiore al 3% nella principale azienda italiana degli armamenti. Nel frattempo, il fondo aveva acquisito nel gennaio 2024 il fondo infrastrutturale GIP per 12,5 miliardi di dollari, un fondo che possiede il 50% di Italo, l’unico operatore ferroviario privato in Italia [9].

Giorgia Meloni © Imagoeconomica
Un fondo americano è azionista rilevante delle due principali banche italiane, del campione nazionale della difesa, dell’unico treno privato, delle maggiori aziende energetiche. E il governo che avrebbe il potere di bloccarlo ha scelto di autorizzarlo.
La ragione per cui Palazzo Chigi spalanca le porte starebbe nei numeri del bilancio. L’Italia ha un debito pubblico che supera il 140% del prodotto interno lordo e il governo Meloni si è impegnato, in un documento ufficiale del Ministero dell’Economia, a ricavare entro il 2026 una cifra pari all’1% del PIL, oltre 20 miliardi di euro, dalla vendita di quote di società pubbliche. Diversi analisti hanno definito l’obiettivo irrealistico, ma quei miliardi servono e servono subito: per ridurre il debito, per finanziare la legge di Bilancio, per dimostrare a Bruxelles che i conti sono sotto controllo, per finanziare i conflitti bellici. In questa condizione di necessità, un investitore come BlackRock non bussa alla porta: la trova già aperta.
Il 23 marzo 2026, Fink ha pubblicato la sua lettera annuale agli azionisti, un documento di 17 pagine che ogni governo del mondo legge con attenzione. Il messaggio: «Il vecchio modello del capitalismo globale si sta fratturando» e «l’autosufficienza è costosa». I governi indebitati, secondo Fink, non possono più finanziare da soli la difesa, l’energia e l’intelligenza artificiale. Servono capitali privati, e Fink propone che i governi trovino modi per «incoraggiare più denaro a restare in patria». BlackRock ha chiuso il 2025 con un record assoluto: 14mila miliardi di dollari in patrimoni gestiti e 698 miliardi in nuovi flussi netti, il miglior anno della sua storia. Fink ha proposto di trasformare l’intero sistema finanziario mondiale in una piattaforma digitale. Il progetto si chiama tokenizzazione: ogni azione, ogni obbligazione di Stato, ogni quota di un fondo, ogni proprietà immobiliare verrebbe convertita in un gettone digitale, scambiabile da uno smartphone in qualsiasi momento del giorno e della notte, senza passare per una banca tradizionale. Fink ha paragonato questa fase a internet nel 1996: allora quasi nessuno ne capiva la portata, dieci anni dopo governava le nostre vite. BlackRock si sta già preparando: gestisce 65 miliardi in riserve di monete digitali e 80 miliardi in prodotti finanziari digitali quotati. Il significato politico è enorme e va detto con chiarezza: chi possiede e gestisce la piattaforma su cui avvengono tutti gli scambi finanziari del mondo non ha bisogno di governare i Paesi. Gli basta governare il denaro che li tiene in piedi. Chi controlla la piattaforma di tokenizzazione controlla la liquidità del mondo.
Ma perchè BlackRock guarda all’Italia con tanta avidità? Il Belpaese non è la prima economia d’Europa, non ha la tecnologia della Germania né la proiezione militare della Francia. La risposta si trova capovolgendo la prospettiva. Non bisogna guardare alla debolezza italiana, che pure è reale. Bensì alla fragilità americana, che è molto più grande di quanto si racconti e che spiega, meglio di qualsiasi teoria, perché i capitali di BlackRock cercano con tanta fame i risparmi delle famiglie italiane.
Il debito federale statunitense è pari a 39mila miliardi di dollari a marzo 2026, cresce al ritmo di 7 miliardi al giorno, 300 milioni all’ora, 5 milioni al minuto [14]. Ma quel numero è solo la facciata dell’edificio. Dietro ci sono almeno altri quattro piani di debito che nessuno somma mai.
Il primo piano è il debito delle famiglie americane. Secondo la Federal Reserve di New York, alla fine del 2025 le famiglie statunitensi avevano accumulato 18.800 miliardi di dollari di debiti, un record storico, in crescita di 740 miliardi nel solo anno 2025. Di questi, 13.170 miliardi sono mutui sulla casa, 1.670 miliardi sono prestiti per l’automobile, 1.660 miliardi sono prestiti universitari e 1.280 miliardi sono debiti sulle carte di credito, anch’essi al massimo storico [60]. Il debito medio per famiglia americana è di 105.000 dollari. La rata media del mutuo ha raggiunto i 2.025 dollari al mese. La rata media dell’automobile 742 dollari al mese. Quasi il 5% di tutto il debito delle famiglie è in arretrato, la percentuale più alta dalla crisi finanziaria del 2008. Quasi un milione di studenti universitari con prestiti hanno accumulato ritardi superiori ai 120 giorni.
Il secondo piano è il debito delle imprese. Il credito al consumo non ipotecario (prestiti alle imprese, finanziamenti, linee di credito) ha raggiunto i 5.100 miliardi di dollari alla fine del 2025.
Il terzo piano è il debito nascosto del governo federale. Oltre ai 39mila miliardi di debito ufficiale, il governo ha obblighi futuri per i quali non esistono i fondi. La previdenza sociale (Social Security) ha 25mila miliardi di dollari di passività scoperte. La sanità pubblica (Medicare) ne ha altri 53mila. Insieme fanno 78mila miliardi di promesse fatte ai cittadini americani, pensioni e cure mediche, senza un centesimo da parte per onorarle. Se si sommano il debito ufficiale, le passività non contabilizzate e questi obblighi futuri scoperti, il buco complessivo del governo federale americano si avvicina ai 143mila miliardi di dollari, una cifra che supera il prodotto interno lordo del mondo intero.
Il quarto piano sono gli interessi. Il governo federale paga oltre mille miliardi di dollari all’anno di soli interessi sul debito, più dell’intero bilancio della difesa, tre miliardi al giorno [60]. Entro il 2036, il servizio del debito costerà oltre 2mila miliardi all’anno. Come ha ricordato il presidente della Commissione Bilancio della Camera americana: «Ci sono voluti 200 anni perché il debito raggiungesse il primo trilione di dollari. Oggi quella cifra è quanto paghiamo ogni anno in soli interessi».
E chi compra questo debito? Un tempo erano i governi stranieri, che un decennio fa detenevano oltre il 40% dei titoli del Tesoro americano. Oggi ne detengono meno del 15% [61]. Il blocco di compratori stabili si è dissolto. I nuovi compratori sono investitori privati che cercano profitto, non stabilità, il che rende il sistema più fragile a ogni scossa. Un terzo di tutto il debito federale, circa 10mila miliardi in titoli del Tesoro, scade nel 2026 e deve essere rifinanziato. L’ex segretario al Tesoro, Janet Yellen, ha avvertito che il debito si avvicina alla soglia della cosiddetta «dominanza fiscale», il punto in cui la banca centrale perde la capacità di controllare l’inflazione perché il peso del debito è troppo grande [60]. Ed è questo il colosso, con le fondamenta che scricchiolano sotto il peso di quasi 140mila miliardi di debiti e promesse non mantenute, che si presenta al mondo come garante della stabilità finanziaria globale e che bussa alla porta dell’Italia per gestire i risparmi delle nostre famiglie.
Chi compra questo debito? La risposta a questa domanda racconta, meglio di qualsiasi analisi geopolitica, il tramonto dell’ordine americano
Per decenni, il sistema ha funzionato così: il governo americano spendeva più di quanto incassava, emetteva titoli di Stato, e i governi stranieri li compravano. Li compravano il Giappone, la Cina, i Paesi del Golfo, le banche centrali europee. Per Washington era un meccanismo perfetto: si indebitava a tassi bassissimi perché quei compratori non cercavano il profitto ma la stabilità. Una banca centrale che compra titoli del Tesoro americano non li rivende al primo scossone; li tiene in cassaforte come riserva. Questo permetteva agli Stati Uniti di finanziare le proprie guerre, i propri consumi e il proprio tenore di vita a spese del resto del mondo, che in cambio riceveva la promessa, mai scritta, che il dollaro sarebbe rimasto la moneta di riferimento planetaria.
Quel meccanismo si è rotto.
Secondo i dati del Tesoro americano aggiornati a dicembre 2025, il Giappone resta il primo creditore straniero con 1.185 miliardi di dollari in titoli, il Regno Unito è salito al secondo posto con 866 miliardi, e la Cina è scesa al terzo con 683 miliardi. Ma il dato che conta non è la classifica: è la traiettoria. La Cina deteneva oltre 1.300 miliardi di dollari in titoli del Tesoro al picco del 2013. Ne ha venduti quasi la metà in un decennio, scendendo ai livelli più bassi dal 2008, e continua a ridurre le proprie posizioni di mese in mese, per il terzo mese consecutivo nella prima metà del 2025. Pechino sta sistematicamente convertendo le proprie riserve in oro e in altri attivi, in una strategia dichiarata di diversificazione: la banca centrale cinese ha aumentato le riserve auree per otto mesi consecutivi nel 2025.

Larry Fink © Imagoeconomica
Non è solo la Cina. Secondo Visual Capitalist, tra novembre 2024 e novembre 2025 la Cina ha venduto 86 miliardi di dollari in titoli americani, con un calo dell’11% in un anno. Brasile e India, anch’essi membri dei BRICS, hanno ridotto le proprie posizioni di altri 108 miliardi complessivi. È un movimento che va oltre la gestione ordinaria delle riserve: è dedollarizzazione in atto, la decisione consapevole di Paesi che rappresentano metà della popolazione mondiale di ridurre la propria esposizione al debito americano.
Nel frattempo, la quota complessiva dei titoli del Tesoro in mano a governi e banche centrali straniere è scesa da oltre il 40% del totale nel 2008 a circa il 30% nel 2025. In termini relativi, il mondo si sta ritirando dal debito americano. In termini assoluti, il totale dei titoli in mano straniera ha raggiunto i 9.400 miliardi di dollari, un record nominale, ma solo perché il debito stesso è esploso: la fetta straniera di una torta sempre più grande diventa sempre più sottile.
Chi ha riempito il vuoto lasciato dai governi stranieri?
Due soggetti. Il primo è stata la Federal Reserve stessa, che tra il 2008 e il 2022 ha comprato migliaia di miliardi di titoli del Tesoro stampando moneta, il cosiddetto “allentamento quantitativo”. Ma dal 2022 la Fed ha invertito la rotta e sta riducendo drasticamente le proprie posizioni. Il secondo soggetto, quello che oggi sostiene l’intero edificio, sono gli investitori privati: fondi speculativi, gestori patrimoniali, fondi pensione privati, e i singoli risparmiatori. Secondo Benjamin Braun, ricercatore che ha analizzato i dati della Federal Reserve, la voce “famiglie” nei conti finanziari americani è cresciuta enormemente come detentrice di titoli del Tesoro, ma questa voce maschera in larga parte le posizioni dei fondi speculativi che scommettono sui titoli governativi con operazioni a leva finanziaria [59]. E qui sta il pericolo. Un governo straniero che compra titoli del Tesoro li tiene per ragioni geopolitiche: non li vende al primo calo di prezzo. Un fondo speculativo li tiene per fare profitto: al primo segno di panico, vende. Il sistema si è trasformato da una struttura poggiata sulla roccia della ragion di Stato a una struttura poggiata sulla sabbia della speculazione privata. Ogni scossa, ogni crisi, ogni impennata dei tassi di interesse può provocare una vendita di massa che il Tesoro americano non ha più gli strumenti per assorbire.
Un terzo di tutto il debito federale, circa 10mila miliardi di dollari in titoli del Tesoro, scade nel 2026 e deve essere rifinanziato. Questo significa che il Tesoro deve trovare, nel giro di pochi mesi, compratori disposti a prestare una cifra superiore al prodotto interno lordo del Giappone. A tassi che nel frattempo sono saliti, il che significa pagare interessi ancora più alti su un debito ancora più grande. L’ex segretario al Tesoro, Janet Yellen, ha avvertito che il debito si avvicina alla soglia della cosiddetta «dominanza fiscale». In termini comprensibili, significa questo: quando un governo è indebitato al 25% del proprio prodotto interno lordo, come gli Stati Uniti negli anni Ottanta, la banca centrale può alzare i tassi di interesse per combattere l’inflazione senza che il costo degli interessi sul debito diventi insostenibile. Ma quando il debito raggiunge il 124% del prodotto interno lordo, come oggi, ogni aumento dei tassi di interesse si traduce immediatamente in centinaia di miliardi di costi aggiuntivi per lo Stato. La banca centrale si trova intrappolata: se alza i tassi per frenare l’inflazione, il costo del debito esplode; se non li alza, l’inflazione erode il potere d’acquisto dei cittadini. È un circolo vizioso dal quale non si esce con la politica monetaria. Se ne esce, storicamente, in tre modi: con un’austerità devastante, con una svalutazione della moneta, o con una guerra che ristruttura l’ordine economico. Washington, al momento, ha scelto la terza via. Ed è in questo contesto che i capitali di BlackRock bussano alla porta dell’Italia, cercando i risparmi delle nostre famiglie per puntellare un sistema che da solo non regge più.
Ma chi è che decide le scosse? Perché le crisi non sono terremoti
I terremoti non hanno autori. Le crisi finanziarie sì. Hanno nomi, indirizzi e bilanci certificati.
Quando BlackRock, che gestisce 14mila miliardi di dollari, decide di spostare anche solo una frazione dei propri portafogli da un titolo di Stato a un altro, il movimento è sufficiente a spostare i tassi di interesse di un intero Paese. Non è teoria: è meccanica dei mercati. Un fondo che detiene il 7% di UniCredit e il 5% di Intesa Sanpaolo non ha bisogno di telefonare al ministro dell’Economia per influenzare la politica economica italiana. Gli basta vendere. Il giorno in cui BlackRock cominciasse a ridurre la propria esposizione ai titoli di Stato italiani, lo spread salirebbe prima ancora che i giornali ne dessero notizia. E il governo che non ha saputo dire no a Fink quando bussava con i sorrisi si troverebbe in ginocchio quando Fink smettesse di comprare.
Quando la guerra in Medio Oriente blocca lo Stretto di Hormuz e i prezzi del petrolio salgono, l’inflazione accelera, le banche centrali sono costrette ad alzare i tassi di interesse, il costo del debito esplode, e i governi indebitati si trovano a scegliere tra tagliare i servizi ai cittadini o vendere altri pezzi di Stato a chi ha la liquidità per comprarli. Chi ha la liquidità? BlackRock, che nella lettera del 2026 scrive candidamente che i governi non ce la fanno da soli e che servono capitali privati. La guerra produce l’inflazione, l’inflazione produce la stretta sui tassi, la stretta produce la crisi dei bilanci pubblici, la crisi dei bilanci produce la svendita degli attivi nazionali, e la svendita produce il profitto di chi aveva il capitale pronto per comprare. Non è un complotto. È un modello economico. E funziona solo se c’è la guerra.
Spesso però non serve nemmeno la guerra. Quando Elon Musk pubblica un messaggio sulla propria piattaforma, i mercati si muovono nel giro di minuti. Lo ha fatto ripetutamente con le criptovalute, con le azioni di Tesla, con i titoli di interi Paesi. Un uomo con 850 miliardi di dollari di patrimonio personale e il controllo della piattaforma su cui investitori, giornalisti e governi si formano le opinioni non è un osservatore delle scosse: ne è un potenziale detonatore.
Quando Palantir fornisce ai servizi di intelligence americani e israeliani il software per selezionare gli obiettivi militari in Iran e a Gaza, non sta semplicemente vendendo un prodotto: sta contribuendo a creare le condizioni che genereranno la prossima crisi energetica, la prossima impennata dell’inflazione, il prossimo crollo dei titoli di Stato dei Paesi più esposti. E chi raccoglierà i cocci? Gli stessi soggetti che hanno venduto le armi del software: BlackRock compra le aziende svendute, Rothschild ne cura le operazioni finanziarie, Starlink ne assicura le comunicazioni.
Le agenzie di valutazione del credito, che con un declassamento possono condannare un Paese a pagare miliardi in più di interessi, sono a loro volta partecipate dai grandi fondi di investimento. Le banche centrali che decidono i tassi di interesse sono popolate da economisti che hanno lavorato per le stesse istituzioni finanziarie che dai tassi traggono profitto. I governi che dovrebbero regolare il sistema sono finanziati nelle campagne elettorali dagli stessi soggetti che il sistema lo governano. Non serve una stanza segreta: basta un ecosistema in cui gli stessi attori siedono su tutti i lati del tavolo.
La guerra è il prodotto perché genera le crisi che rendono i governi vulnerabili. Il caos è la materia prima perché dal caos nasce la domanda di sicurezza, di protezione, di capitali, che solo i signori della tecnologia e della finanza possono soddisfare. E l’interruttore è il vero potere perché chi può accendere e spegnere i satelliti, i flussi di dati, i flussi di capitale e i flussi di petrolio non ha bisogno di governare i Paesi. Gli basta governare le condizioni in cui i Paesi sono costretti a operare.
Chi ci guadagna? E la risposta, ogni volta, riporta agli stessi nomi.

Federal Reserve © Imagoeconomica
Ed è qui che lo sguardo deve tornare sull’Italia. Perché se la fragilità americana spiega il bisogno, la ricchezza italiana spiega l’obiettivo. Le famiglie italiane sono ricche
Non è un modo di dire. Secondo il rapporto annuale della Boston Consulting Group del 2024, l’Italia è l’ottavo Paese al mondo per ricchezza finanziaria investibile, con un patrimonio complessivo delle famiglie di circa 6.900 miliardi di dollari. I dati della Banca Centrale Europea, aggiornati al 2025, calcolano la ricchezza netta delle famiglie italiane in 10.991 miliardi di euro. Quest’ultima è una cifra superiore al prodotto interno lordo di Francia e Spagna messi insieme. L’Italia ha 517mila milionari in dollari e 2.600 ultraricchi con patrimoni superiori ai cento milioni. E il regime fiscale agevolato per i nuovi residenti facoltosi, una tassa fissa di centomila euro all’anno indipendentemente dal reddito, ne sta attirando altre migliaia ogni anno. Ma il dato che interessa davvero BlackRock non è quanti ricchi ha l’Italia. È dove gli italiani tengono i loro soldi, nel sistema bancario. Il 25% dell’intera ricchezza finanziaria italiana è parcheggiata in depositi e liquidità. Non investita in azioni, non messa in fondi, non affidata a gestori patrimoniali. Semplicemente depositata in conti correnti e libretti di risparmio, dove rende poco o nulla. A livello dell’intera zona euro il fenomeno è ancora più vasto: le famiglie europee detengono oltre 10.800 miliardi di euro in depositi bancari. Secondo l’Allianz Global Wealth Report, pubblicato nel settembre 2025, questo capitale «resta largamente inattivo in termini di investimento produttivo». Il rapporto osserva che i depositi bancari rappresentano oltre la metà degli attivi finanziari totali anche tra le famiglie più abbienti della zona euro. Non è un dato marginale: sono 10.800 miliardi di euro che, dal punto di vista di un gestore patrimoniale come Fink, rappresentano la più grande riserva di capitale non sfruttato del pianeta.
Per capire cosa sta accadendo bisogna dunque mettersi nei panni di Fink
Dall’altra parte dell’Atlantico c’è un governo, quello americano, che ha bisogno disperato di trovare chi compri il proprio debito, perché i governi stranieri si stanno ritirando e la Federal Reserve non compra più. In Europa, e in Italia in particolare, ci sono migliaia di miliardi di euro che dormono nei conti correnti di famiglie che non sanno dove metterli, in un continente con tassi di natalità in calo, popolazione che invecchia e sistemi pensionistici sotto pressione. Per Fink, è un’equazione elementare: quei risparmi devono essere mobilitati e indirizzati verso i mercati dei capitali. Verso i suoi mercati. Quando nella lettera annuale del 2026 Fink propone la tokenizzazione, cioè la trasformazione di ogni titolo finanziario in un gettone digitale scambiabile da uno smartphone a qualsiasi ora del giorno e della notte, sta costruendo il tubo attraverso cui quei depositi verranno aspirati. Quando propone la riforma della previdenza sociale americana permettendo ai fondi pensione d’investire in portafogli diversificati invece che in soli titoli di Stato, sta indicando il modello che intende esportare in Europa. Quando scrive che «la più grande sfida economica dell’Europa è la sua forza lavoro in progressivo invecchiamento» e che l’intelligenza artificiale «potrebbe disinnescare la bomba demografica», offre ai governi europei una narrazione rassicurante che giustifica il trasferimento dei risparmi pensionistici dei loro cittadini verso fondi gestiti a New York. Non è filantropia. Non è cooperazione internazionale. È il più grande progetto di drenaggio di capitali dal Vecchio Continente agli USA nella storia moderna. E viene presentato come un favore.
Il cortocircuito, messo a nudo, è questo
Da un lato un Paese, gli Stati Uniti, che si indebita al ritmo di mille miliardi di dollari ogni 71 giorni, che paga più di mille miliardi all’anno in soli interessi, che ha un buco complessivo di quasi 143mila miliardi tra debiti e obblighi scoperti, e che ha perso la fiducia dei propri creditori storici. Dall’altro un Paese, l’Italia, le cui famiglie hanno accumulato quasi 11mila miliardi di euro di ricchezza netta e ne tengono un quarto in depositi bancari, pronti per essere raccolti. In mezzo c’è BlackRock, che si offre come intermediario: prende i risparmi degli italiani, li investe nei mercati americani, trattiene le commissioni, e con quei flussi contribuisce a puntellare l’edificio del debito di Washington. Il governo Meloni apre le porte: privatizzazioni, golden power concesso a un fondo straniero sull’azienda della difesa nazionale, gruppi di lavoro riservati a Palazzo Chigi, prospettive d’investimento in Autostrade e Ferrovie dello Stato. Nessuno chiede il permesso al Parlamento. Nessuno spiega ai cittadini che i loro risparmi stanno per essere reindirizzati. L’Italia non è solo un laboratorio di dipendenza tecnologica. È la preda finanziaria ideale, e lo è per una ragione che contiene in sé un paradosso doloroso: ha un governo povero e cittadini ricchi. Il governo ha bisogno di vendere per far quadrare i conti. I cittadini hanno i risparmi per comprare, ma non sanno di essere la merce. La combinazione perfetta per chi vende debito e compra risparmi. E la cosa più amara è che quel patrimonio, quei quasi 11mila miliardi, non è stato accumulato da fondi speculativi o da dinastie finanziarie. È il frutto del lavoro, della parsimonia, del sacrificio di generazioni di famiglie italiane che hanno messo da parte, anno dopo anno, quello che potevano. È il risparmio della nonna, il libretto postale, il conto corrente tenuto per le emergenze. Ed è esattamente quello su cui hanno messo gli occhi.
Fine prima parte – continua
Elaborazione grafica di copertina by **Paolo Bassani. Realizzata con il supporto dell’IA
