“L’Italia non era lì per noi, noi non saremo lì per loro”. Presidente Donald J. Trump, giovedì 17 aprile 2026, in risposta alla ricostruzione del Guardian sul “no” italiano all’uso della base di Sigonella1. Una frase che non va letta come un’esplosione di stizza, ma come un tassello di una strategia che si sta delineando da mesi con crescente chiarezza: la liquidazione dell’Alleanza Atlantica dall’interno, con l’abbandono progressivo dell’Europa al proprio destino.
È qui il punto che i commentatori italiani continuano a non vedere, paralizzati da una lettura sentimentale della politica estera americana. Trump non sta minacciando di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO per punire l’Italia: sta cercando il pretesto pubblico per farlo a prescindere. E ogni “no” europeo, ogni distinguo di Leone XIV, ogni critica di Meloni, ogni chiusura di base da parte di Sánchez, ogni rimpatrio di oro della Banque de France diventa, nel suo registro, il materiale per costruire la narrazione del disimpegno: non sono io che vi abbandono, siete voi che non meritate di essere difesi.
Il ricatto, a uno sguardo attento, è rovesciato. Non è Trump che tiene l’Europa sotto scacco minacciando di andarsene; è l’Europa che si illude di avere un alleato che in realtà sta preparando da tempo la valigia. E la tragedia politica, per un Paese come l’Italia, è che le sue classi dirigenti non stanno attrezzandosi a questa transizione, ma continuano a comportarsi come se la cornice atlantica del 1949 fosse un dato eterno della natura.
La strategia Trump: dismissione selettiva, non ritiro totale
Bisogna leggere con attenzione ciò che il trumpismo, nelle sue varie incarnazioni ideologiche, sta scrivendo pubblicamente da anni. J. D. Vance, oggi vicepresidente, ha teorizzato in più occasioni che l’Europa debba “provvedere da sé” alla propria difesa. Elbridge Colby, l’ex sottosegretario alla Difesa considerato l’architetto della dottrina del “pivot asiatico”, ha sostenuto esplicitamente che le risorse militari americane debbano essere concentrate nel Pacifico contro la Cina, e che la NATO sia un’eredità novecentesca che sottrae capacità strategiche al vero teatro di competizione sistemica. Steve Bannon, dal suo War Room, ripete da anni che gli alleati europei sono “free rider” che sfruttano l’ombrello americano senza contribuire. Peter Thiel, finanziatore ideologico e materiale del trumpismo tecnologico, ha scritto pagine durissime sulla NATO come apparato burocratico post-storico da smantellare.
Non si tratta di opinioni marginali. Sono l’ossatura intellettuale della seconda amministrazione Trump. La differenza rispetto al primo mandato è che oggi la squadra che occupa il Pentagono, il Consiglio di Sicurezza Nazionale e il Dipartimento di Stato condivide in larga misura questa visione. Non più Mattis, non più Tillerson, non più Kelly: oggi ci sono Hegseth alla Difesa, Rubio al Dipartimento di Stato e una rete di consiglieri che vedono l’Europa come un peso strategico da cui liberarsi, non come un alleato da preservare.
La strategia è una dismissione selettiva, non un ritiro totale. Trump non chiuderà domani Sigonella, Aviano o Ramstein, perché queste basi servono gli interessi americani nella proiezione mediterranea e medio orientale. Ma ridurrà progressivamente il contributo americano alla difesa collettiva europea, scaricherà sugli alleati i costi del riarmo convenzionale, userà la NATO come strumento di estrazione economica chiedendo il cinque per cento del PIL. E quando l’Europa non sarà in grado di pagare, userà quel fallimento come giustificazione per un disimpegno selettivo dalle aree di minore interesse strategico americano. Gli Stati Uniti si terranno le basi utili a loro, scaricheranno sugli europei il costo di tutto il resto, e in caso di crisi (apparentemente) reale l’ombrello dell’articolo 5 si aprirà solo se conveniente a Washington.
La frase “noi non saremo lì per loro”, va letta in questo quadro. È un avvertimento, non un addio. È la costruzione pubblica del diritto americano a scegliere caso per caso quando la protezione vale e quando no. È l’articolo 5 ridotto a discrezionalità presidenziale.
Il certificato di morte: “La NATO stia fuori da Hormuz”
Il 17 aprile 2026, nel pomeriggio italiano, il quadro si è aggravato in modo quasi caricaturale. Donald Trump ha pubblicato su Truth Social un messaggio che, letto con attenzione, costituisce il certificato di morte dell’Alleanza Atlantica pronunciato dal suo stesso presunto padrone. Testualmente: “Ora che la situazione nello Stretto di Hormuz si è risolta, ho ricevuto una telefonata dalla NATO in cui gli alleati mi chiedevano se avessimo bisogno di aiuto. Ho detto loro di starne fuori, a meno che non vogliano semplicemente riempire le loro navi di petrolio. Sono stati inutili nel momento del bisogno: una tigre di carta”3.
Il presidente degli Stati Uniti, che è il Paese capofila della NATO, che paga la quota maggiore del bilancio NATO, che ospita il comando supremo dell’Alleanza, che detiene il nocciolo della deterrenza nucleare occidentale, ha pubblicamente definito la NATO “inutile” e “tigre di carta”. In un post ufficiale sul suo social privato, nel bel mezzo di un vertice a Parigi in cui i quattro principali Paesi europei stavano discutendo proprio il coinvolgimento navale NATO nello Stretto. Questo, tradotto in linguaggio diplomatico convenzionale, è l’equivalente di uno strappo unilaterale.
La tempistica rende il gesto ancora più significativo. Meloni, dall’Eliseo, aveva appena annunciato la disponibilità italiana a inviare unità navali nello Stretto di Hormuz, subordinandola a due condizioni: l’autorizzazione del Parlamento, secondo quanto previsto dalla Costituzione, e la cessazione delle ostilità4. Secondo indiscrezioni raccolte tra Roma e Parigi, le imbarcazioni che il governo italiano starebbe valutando di mettere a disposizione sarebbero due cacciamine della Marina Militare, Gaeta e Rimini, attualmente in addestramento in aree non lontane. Il Regno Unito, pur disponibile alla missione di sminamento, aveva già rifiutato, attraverso Keir Starmer, di partecipare al blocco navale statunitense5. Macron ha ospitato il vertice parlando di “messaggio di speranza e unità”. Merz, per la Germania, ha confermato la postura europea.
A questa offerta coordinata, che nasceva proprio dalla richiesta americana di qualche giorno prima di dragamine alleati, Trump ha risposto con un insulto pubblico. “Sono stati inutili nel momento del bisogno”. Si badi: il momento del bisogno è stato creato da Trump stesso, che ha attaccato l’Iran il 28 febbraio provocando la chiusura di Hormuz6. I dragamine alleati sono stati richiesti da lui, pubblicamente, sostenendo che “il Regno Unito e un paio di altri Paesi” li avrebbero inviati. Secondo fonti citate da CNN, la US Navy aveva gravi carenze in fatto di cacciamine nel Golfo Persico, avendo rimpatriato per la prevista radiazione i quattro Avenger dislocati in Bahrein7. Ne aveva bisogno. Li ha chiesti. Quando la crisi sembrava risolversi con un accordo diretto tra Washington e Teheran, secondo Axios attraverso un piano di tre pagine, poi smentito dai fatti, Trump ha buttato via gli alleati con la stessa prontezza con cui li aveva chiamati a raccolta.
Ecco la sostanza della dottrina trumpiana in forma chimicamente pura: gli alleati servono quando servono, altrimenti sono un disturbo. Si chiamano quando c’è un lavoro sporco da svolgere, si insultano quando il lavoro non è più necessario. Il criterio non è la solidarietà atlantica, la cornice giuridica del Trattato di Washington, il vincolo istituzionale di settantasette anni: il criterio è la convenienza immediata del presidente. L’articolo 5 sulla difesa collettiva diventa, in questa logica, un accessorio decorativo.
Sostanzialmente Trump ha già archiviato la NATO. Non l’ha sciolta formalmente, non ha notificato recessione, non ha chiuso alcuna base. Ha fatto qualcosa di più efficace: l’ha svuotata pubblicamente di significato politico, riducendola a strumento di comodo. Quando il presidente del Paese leader di un’alleanza militare dice agli alleati di “starne fuori” perché sono “inutili” e “tigri di carta”, quel presidente sta comunicando al mondo intero che l’alleanza non funziona come dispositivo di sicurezza collettiva. Sta dicendo ai potenziali avversari di Mosca, di Pechino, di Teheran che l’articolo 5 è un foglio di carta appeso al suo umore. Sta dicendo agli alleati che la loro partecipazione è tollerata solo se accessoria e muta.
Per l’Italia è il paradosso della sudditanza volontaria: più ci si piega, più si viene umiliati.
Per chi volesse ancora fingere che la NATO esista come patto reciproco di sicurezza, la frase del 17 aprile è la pietra tombale. Non ci sarà un annuncio ufficiale, non ci sarà una firma su un documento di scioglimento. Ci sarà il progressivo svuotamento operativo dell’Alleanza, trasformata in cornice residuale in cui gli europei continuano a pagare quote crescenti per una protezione che il presidente americano qualifica pubblicamente come inutile quando gli conviene. Sta agli europei decidere, adesso, se accettare di restare dentro una finzione o se attrezzarsi per una transizione controllata verso uno o più sistemi di sicurezza alternativi.
