#IO_SONO_GRECA

 

Sono solita passare le vacanze estive in Grecia. Quest’anno ho anticipato di qualche settimana il viaggio per vicende personali. Da Roma arrivo ad Atene per poi prendere la nave, che mi porta a Paros, in quel di Rafina. Da lì, a seconda degli anni, mi sposto ad Alikì in auto, oppure ad Agios Georgios, nell’isola minore (non certo per bellezza) di Antiparos, col ferry. Nel 2015, mentre cercavo di descrivere per Sputnik Italia il massacro che l’Ue stava compiendo ai danni di un popolo costretto a pagare un modus vivendi troppo accelerato rispetto alla sua storia, in Grecia utilizzavo solo danaro contante. Le banche, per i greci, erano sostanzialmente chiuse. Il popolo greco ha resistito e poi ha cercato di rialzare la china. Ma il coraggio non è consentito, nell’epoca dell’omologazione forzata. Quest’anno così le cose sono cambiate di nuovo e sono costretta a usare troppo la mia Mastercard. L’IVA al 24%, i controlli fiscali all’ordine del giorno anche nei piccoli, piccolissimi centri. Bruxelles chiede, Atene risponde, il popolo (insieme alla democrazia) muore. L’arrivo in terra greca è un presagio. Arrivata troppo presto per la nave, a Rafina mi fermo in un bar sulla spiaggia. La cameriera è la figlia della proprietaria. Professione infermiera. Ma per lei, e per molti altri, non c’è più posto negli ospedali ateniesi. Dopo avere provato a fuggire in Italia con il marito e il bimbo piccolo, senza fortuna, è tornata a casa per qualche mese. A settembre partirà per la Germania. Lì, mi dice, la speranza ancora c’è, per vivere e per crescere un figlio. Spes ultima dea, dicevano gli antichi romani. Ma quella speranza, oggi, per quasi cento persone, in Grecia, si è fermata per sempre. Mentre l’Europa ha sempre di più le mani macchiate di sangue.

25 luglio 2018

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